Il Folletto di Casa Tronti

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Il Folletto di Casa Tronti

Messaggio Da Giles di Ham il Mar Ott 27, 2015 1:09 pm

Tempo fa, mentre riordinavo la soffitta di casa, mi sono imbattuto in alcuni scatoloni pieni di vecchi libri, per la maggior parte si trattava di testi scolastici o romanzi da poche lire. Tra i pochi non dozzinali ve ne era uno che ha subito attirato la mia attenzione, si intitolava “BERGAMO NEL SEICENTO”, edizione del 1897, ho iniziato a sfogliarlo con curiosità, sono rimasto colpito dalla forma dell’italiano utilizzato nella scrittura, indubbiamente “antico” ma comprensibile e affascinante. Il mio stupore è aumentato in modo esponenziale quando ho scorto, tra le voci dei capitoli, il titolo “Il folletto di casa Tronti”, ovviamente l’ho subito letto con avidità.

La storia del Folletto di casa Tronti rientra nel capitolo II, intitolato “La vita e i costumi”ed è la breve cronaca di uno spaccato di vita bergamasca durante la seconda metà del 1600. Non voglio entrare nel merito delle opinioni personali di chi ha scritto questo libro, opinioni comunque facilmente individuabili leggendo il testo, preferisco riproporvelo così come è stato scritto senza aggiungere commenti personali. La storia del Folletto occupa circa un terzo del testo che segue, ho voluto trascrivere anche alcune altre voci dello stesso capitolo ritenendole interessanti , spero lo siano anche per voi.

La trascrizione interessa le pagine 41, 42, 43, 44, 45, 46 e 47 del libro:

Dopo quanto s’ è venuto fin qui dicendo, credo si possa dunque stabilire con sicurezza che la nostra città fu nel seicento assai ben trattata dal governo veneto, il migliore, per quanto già decadente, dei governi che reggevano le varie parti d’ Italia, e si può dire che noi ce la passavamo meno male de’ nostri vicini d’ oltre l'Adda, che versavano in assai peggiori condizioni. Ma non bisogna dimenticare che eravamo in un secolo in cui imperavano sovrane la violenza e la ferocia; e se le mura difendevano i cittadini dalle lancie e dagli archibugi de’ nemici, non v’era ostacolo che valesse a trattenere idee e sentimenti. Preservata e munita contro i mali del di fuori, quella società portava nel suo seno stesso i germi d’ altre e non meno gravi miserie: due sopratutto, comunissime in quel tempo, la superstizione e la ferocia.

Questo innanzi tutto è a notarsi che la superstizione non ingombrava solo le menti incolte della plebe, disposta naturalmente alla credulità, ma teneva in suo dominio persone colte e assennate, anche delle più alte classi sociali. Il padre Donato Calvi, per esempio, che visse in quel secolo una vita integerrima, tutto dedito ad opere di pietà e di carità cristiana, a dotti studi di letteratura e di storia patria, non si perita di registrare nelle sue Effemeridi oltre a sessanta tra fatti meravigliosi e inverosimili, apparizioni di spiriti o di morti. Tutto raccoglie dalla bocca del popolo e tutto riporta coll’ aria più naturale del mondo, quasi narrasse fatti comuni e indiscutibili.

Uno fra gli altri ne riferisce, assai strano e davvero inesplicabile; tanto più che non parrebbe ammissibile una sostanziale alterazione della verità, trattandosi d’ un fatto noto a tutta quanta la città, accaduto quasi sotto gli occhi dello storico, che facilmente avrebbe potuto accertarsi de visu intorno a quanto avveniva. Si tratta delle valorose gesta d’ uno spirito folletto, il quale fece tanto parlare di sè, che qualche anno di poi ne correva manoscritta la storia col titolo: Diario del Folletto di casa Tronti. Ne era autore (notisi bene) lo stesso Francesco Tronti figlio d’ un capitano che abitava in Colle Aperto.

Aveva preso questo capitano al suo servizio una ragazzetta veronese chiamata Caterina Agostini, e pare che un maligno spirito, invaghitosi di lei, sì fortemente la invasasse da non lasciarle mai un’ ora di pace; tanto che per quasi due mesi, dal 10 marzo alla fine d’ aprile del 1670, avvennero in quella casa i fatti più stravaganti, e burle e insolenze et altre diaboliche attioni. La fama ne corse presto per la città. Il misterioso spirito compariva alla fanciulla ora sotto forma di bel cavaliere vestito di broccato e d’ oro, ora sotto forma di cencioso pitocco movente a schifo, ora di servo in livrea, ora di bruttissima vecchia vestita di nero; talvolta invece sotto le apparenze di gatto, ovvero di cane dal pelo dorato: un vero e diabolico camaleonte, quello spiritello. Faceva mille dispetti: involava le chiavi, bevevasi il vino bianco riservato al Capitano, batteva la signora di casa et la serva amante sua, e talora invasava costei sì fieramente da spingerla perfino ad avventarsi con pugni e graffi contro la padrona. Peggio accadde un giorno che passeggiando serva e padrona in Colle Aperto, il terribile folletto cominciò a urtare or l’una, or l’ altra; poi, ghermita per le gambe la povera servetta, la gettò rotoloni giù per una ripa, in una siepe di pruni, mostrando di soffocarla. Nè pare che rimanesse sempre ombra vana fuor che nell'aspetto, poichè fu due volte ferito e proprio da quel Francesco Tronti autore del Diario, che ne avea avuto il coltello lordato di sangue. Finalmente, ridottasi alla disperazione, la famiglia dovette sbarazzarsi di quella malaugurata domestica che fu licenziata e andò a Rovereto ov’ erano i suoi; ma prima di partire si fece restituire dal folletto molti oggetti, anche di valore, da lui rubati al Capitano, e li restituì per mezzo della fanciulla nelle mani di molti che erano presenti, i quali però (riferisce sinceramente il buon Calvi) non vedevano il folletto.

Di che natura propriamente fosse questo malvagio spirito che tingeva ui'arma del suo sangue, che compiva tante e sì varie trasformazioni, che restituiva, invisibile oggetti rubati, la storia non dice e forse non poteva dire; nè è facile sceverare dai fatti narrati quello che sia vero da quanto vi avrà certamente aggiunto la paurosa fantasia de’ testimoni. Qualcuno inclinato a malizia potrebbe credere che quel folletto fosse uno scaltro furfante, complice della ragazza nei furti; o peggio ancora un fratello carnale di quel falso Agnolo Gabriello che compare a Madonna Lisetta de ca’ Quirini in uifallegra novella di Messer Boccaccio. Ma forse di sotto ai fronzoli e alle frangie che hanno alterato la verità si celava, nemico ben più serio, il dolore: potremmo cioè trovarci davanti a un caso di nevrosi, il terribile male del medio evo, e la disgraziata fanciulla non d’ altro forse era colpevole che d’essere nata epilettica e cleptomane per giunta (1).

Valga questo fatto a provare quanta medioevale superstizione vi fosse ancora in quel secolo, che pure ci ostiniamo a chiamare moderno, mentre non era invece più  propriamente se non un periodo di passaggio fra l’ età  feudale e i tempi nuovi che incominciano, nuovi davvero, nella seconda metà del settecento (2).

Ma di questo passato, tanta parte del quale portiamo in noi, sono ancor vive e palesi le traccie più che non pensiamo, in special modo nelle popolazioni rurali, sopratutto fra gli abitatori dei monti, che sono conservatori per eccellenza e meno risentono le idee nuove e le modificazioni tendenti a scalzare abitudini tradizionali.

Nei proverbi, nei giuochi, nelle usanze, nel linguaggio stesso il nostro popolo conserva ancora i frammenti delle antichissime età; poichè non v’ è alcuno che come il montanaro stia legato tenacemente al passato, alle memorie tramandategli dagli avi, ch'egli ritiene quasi come parte necessaria della propria esistenza.

Il condurre in giro pel paese i buoi che devono servire ai pasti di Natale e di Pasqua, ornati le corna e il dorso di carte dorate e di lauro, ricorda il rito gentilesco di cui parla "Virgilio nell' Egloga nona. Così l’uso di abbruciare de’ fantocci di stoppia (la vecia e il poer Piero), ricorda la distruzione dei simulacri degli dei pagani e i falò su chi abbrucciavansi le streghe (3).

Nella chiesa di Caleppio fin verso il 400 si conservò, per conferma dei patti nuziali, una forma di confarreatio tutta romana: Bibendo ipsa domina de vino qui erat in uno ciato, quem in suis tenebat manibus, postea dando ad bibendum ipsi Zanno. Zanno bibit de ipso vino ac etiam comedit de certis fructibus ibi existentibus in testimonium et confirmationen promissorum. (Carte Caleppio).

Il giuoco fanciullesco del Mondo, (4) ancora in uso fra i nostri ragazzi, secondo il Rosa, ha le sue radici in antichissime pratiche astrologiche; nè è affatto spento l’eco degl’ incantesimi e delle religiose cerimonie che celebravansi nella gran selva sopra Schilpario, in Val di Scalve. Ancora, dopo tanti secoli, da quelle quercie immani e da quei tenebrosi recessi ove il sole a stento si apre la via, spira il sacro orrore de’ misteri druidici.

Creda chi vuole alla derivazione della maschera tutta nostra del Gioppino da Iupiter, e dell'Arlecchino da Arlen King (re degli Erli, geni dei monti e delle miniere). Ma nessuno può dubitare che i ruderi di povere edicole dei dintorni d'Adrara e d’altri paesi non conservino il nome di pagà, (pagani), per l'origine loro, poiché risalgono ai primi tempi del cristianesimo, e la tradizione vuole che in quei luoghi si raccogliessero pastori ed agricoltori a praticare i loro antichi riti pagani, come ad adorare grandi alberi e sacre fonti.

Qualche traccia del1’antico rimane anche in certi intercalari; e lasciando Diana e Bacco che tuttora vivono nel linguaggio del popolo, l'autore di queste pagine ha sentito spesso nel basso bergamasco che confina col cremonese le esclamazioni: Per Dia de Noto, e Sango (sangue) de Noto, altra deità pagana che presiedeva alla notte e alle tenebre, e simboleggiava il vento umido soffiante dalla Libia.

Tempi meno remoti ricorda la frase popolare: tö sö ol trentü (prender su il trentuno) per andarsene via, alludendo al costume di licenziare gli esposti, dando loro trentun berlingotti, moneta che nel 1800 era ragguagliata a 77 centesimi.

Questi non sono che rapidi accenni sopra un argomento che può prestar materia a un volume, dove dovrebbero essere raccolte ed ordinate tutte le tradizioni e le leggende popolari, le novelline, i costumi, i motti, tutto ciò insomma che presenta caratteri peculiari e dà al nostro popolo una sua propria fisionomia. Piccole cose e vili per alcuni, che arricceranno le nari; ma la storia non va intessuta solo di grossi e rumorosi eventi, e deve tener conto di tutto, anche delle minime cose che concorsero allo svolgimento del vivere civile.

Per tornare al seicento, oltre la superstizione, altri gravi mali affliggevano quell’età che era pur sempre ferrea, se la confrontiamo colla nostra.

Poche le strade, interrotte e mal sicure; frequenti le inondazioni de’ numerosi torrenti poco o punto incanalati; triste e desolato l'aspetto di molta parte della campagna, specie negli scopeti fra Osio e Canonica, e nelle selvagge grillaie presso Mornico. Scarsii campi coltivati e le praterie; il resto dilagante in paludi malsane, o nereggianti di boscaglie, covi di cignali, di volpi, di lupi ferocissimi, che spinti dalla fame assaltavano a torme, in pieno meriggio, i cascinali e i villaggi, persino i borghi adiacenti alla città (5).

Spesso le alte valli avevano anche la visita poco gradita degli orsi, e tanti ne uccidevano Gromo, da macellarne e venderne pubblicamente le carni.

La nevrosi e la pellagra, indivisibili compagne dei mal nutriti, erano diffuse assai più che oggi non sia, e deformavano le persone; nè reca meraviglia se Marin Sanudo, il celebre ambasciatore veneto già molt’anni addietro aveva scritto al Senato d'aver veduto a Martinengo moltissimi gozzuti e a Bergamo brute done ma fructifere.

Anche un’altra malattia menava strage assai di sovente nella nostra provincia, quella che il Da Ponte chiama Peripneumonia, una specie di pleurite, per cui s'infiammavano i visceri e la membrana che investe il petto, producendo spesse volte la morte in pochi giorni (6).


(1) Alcuni, e fra questi gli spiritisti, avranno diversa opinione, ma ognuno se la sbrighi come meglio gli talenta e gli pare.
(2) Vedi a tale proposito G. FINZI. Lezioni di Stor. lett. it. Torino, Ioescher, 1587, vol. II, pag. 6. Qui cade in acconcio una domanda: In fatto di superstizione siamo proprio migliorati dal seicento in poi? 0 non abbiamo abbandonato e deriso le vecchie ubbie che per abbracciarne delle altre ?
(3) H. ROSA. Tradizioni e Costumi lombardi, passim.
(4) Consiste nel disegnare col carbone sul lastricato un lungo rettangolo chiuso da un lato in semicerchio. Viene poi diviso in dodici case, che rappresentano i dodici segni dello Zodiaco, poi saltando su un piede solo i giuocatori per turno fanno passare traverso le varie case una piastrella rotonda, figurante il sole, e vince chi va regolarmente dalla prima all'ultima casa, una dopo l'altra con un colpo solo.
(5) Ai 22 gennaio del 1629 un lupo si spinse, a detta del Calvi, fino in Borgo Palazzo.
(6) Vedi MIRONE DA PONTE. Osservazioni, ecc., pag. 105 e seguenti, e CALVI. Effemeridi all'anno 1670, 3 gennaio. Il Da Ponte aveva confuso la pellagra collo scorbuto, ma poi s‘avvide d’ aver preso una malattia per l‘ altra, presentando caratteri di somiglianza.


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Re: Il Folletto di Casa Tronti

Messaggio Da Haryn il Mer Ott 28, 2015 12:56 pm

Splendide queste pagine di vissuto bergamasco, poco conosciute da chi, come me, vive in questa provincia da piu' o meno tre anni.
Bellissime le descrizioni e attraente la modalità di scrittura...amo leggere in "forma antica"...grazie quindi!

Pur essendo fortemente e profondamente devota al Maestro il Cristo, personalmente custodisco dentro me molto attaccamento alle festività denominate "pagane", che invece a esempio tra gli Egizi, i Celti, gli Esseni, contemporanei dello stesso Cristo, erano rispettate e celebrate quali indispensabili componenti della vita stessa, del suo svolgersi e manifestarsi.
Percepire presenze, invisibili agli occhi di molti, è parte di me da quando ero bambina....e confesso che una delle case da noi abitate nel corso del nostro matrimonio, opsitava insieme a noi, proprio un folletto...che scelse di seguirci dopo una magica escursione vicino al Lago di Como, in compagnia di una carissima amica, portatrice del dono di poter conversare con gli Esseri dei boschi, dei laghi...col Piccolo Popolo.
Il folletto mi disse di chiamarsi Elidor, e ricordo perfettamente la sua andatura buffa ma gentile, e i suoi piccoli divertenti dispetti da bimbo capriccioso...desideroso di attenzioni...
Quindi il tuo intervento qui trova piacevolissima compagnia, e apprezzamenti Giles....
E' tempo che i diversi Regni si uniscano, si riconoscano e rispettino reciprocamente quali parti dello stesso Uno, provenienti dalla stessa Luce, e custodi della stessa terra...

Onore al Piccolo Popolo dunque....alle sue presenze incantevoli o burlone..ne' piu' ne' meno di quelle umane..d'altronde!

Un abbraccio sincero Giles....un Dono averti con noi...grazie!
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Re: Il Folletto di Casa Tronti

Messaggio Da liluye raggio di luna il Gio Ott 29, 2015 2:48 pm

leggere questa bellissima storia, mi ha fatto vivere in una piccola favooa, mi sembra di vedere il folletto che saltella... Bergamo.. soprattutto nei piccoli paesi, di camagna, nelle stalle, i contadini, parlavano, raccontavano e si burlavano dei bimbi seduti ad ascoltare le storie dei nonni... ma a volte, il rumore di una porta, del fruscio del fieno, faceva sobbalzare anche i nonni... mi sa, che i folletti , facevano festa e si divertivano un mondo... che mondo meraviglioso dev'essere il mondo di fate e folletti.... grazie
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